Bollettino n. 9 Assolutismo liberale

Bollettino n. 9 Assolutismo liberale

 Assolutismo liberale

Mi ha scritto Vittorio Coda, commentando il Bollettino 5 (Il fattore Deng):

“L’effetto drappo rosso forse ha avuto la sua parte anche nell’affermarsi (negli USA) e nel dilagare planetario della cultura neoliberista[1] nell’accademia (dipartimenti di economia e business school), nella politica, nella business community.

Infatti i successi eclatanti del Giappone negli anni Sessanta/Settanta e il suo primato culturale in tema di management possono averlo innescato.

Che ne pensi?

Ciao

V”

“Innescato” direi che è troppo; ma contribuito a svilupparlo per reazione, direi di sì.

Infatti, nei primi anni Ottanta gli americani erano preoccupati perché le automobili giapponesi insidiavano il primato di quelle americane.

Ricordo una barzelletta d’epoca. Un francese, un giapponese e un americano debbono esprimere un ultimo desiderio prima di morire. Il francese dice che vuole cantare la marsigliese. Il giapponese dice di voler ripetere la sua lezione sulla lean production. E l’americano? Vuole essere ucciso prima del giapponese (per non dover ascoltare ancora una volta la sua lezione).

Quindi un aggancio del genere c’è stato indubbiamente.

Ma per capire penso che bisogna tener conto di più aspetti. Almeno questi:

  1. La natura genetica degli Stati Uniti, che sono nati da una rivoluzione contro l’aristocrazia britannica. Il “credo” americano nell’assolutismo liberale che rappresenta una sorta di richiamo ella foresta con radici profonde. (Ricordo che allora scrissi in proposito un saggio, “America, America”, poi ripubblicato in Eppur si può! – Vittorio dovrebbe averlo a casa sua[2]. Prendevo spunto da un libretto per l’accoglienza agli studenti stranieri che spiegava alcune differenze di sostanza delle loro culture rispetto a quella americana, per poi sviluppare il ragionamento tramite un famoso libro di Hartz su Exit di Hirschman ecc.)
  2. Con la dizione “fenomeno drappo rosso” intendo evocare una potente spinta ideologica che si scatena ogni qualvolta una forte componente della popolazione americana si convince che deve coalizzarsi per ottenere un risultato che considera indispensabile. Pensiamo ad esempio al MeTo delle donne, al Black Lives Matter (che è scritto giustamente a lettere cubitali sul frontone della scuola media sotto casa), alla nuova tendenza alla decolonizzazione interna ecc. Comunque, anche nei casi migliori (come questi), bisogna sempre stare attenti a che queste rivendicazioni si mantengano nell’ambito della ragione…
  3. E poi, naturalmente, ci sono i casi peggiori, a partire dal maccartismo postbellico. In quello dell’assolutismo neoliberista che interessa Vittorio distinguerei la fase dell’incubazione dei Friedman e dei Lucas degli anni Settanta, da quella (della Presidenza Reagan) che ho seguiti da vicino[3] in cui ha certamente un ruolo la “questione giapponese”. A mio avviso, infine, la spinta ideologica neoliberale ha trovato la sua consacrazione all’estero, soprattutto in un triplice sfogo[4]. Vale a dire: nell’apertura cinese, nel crollo del comunismo europeo, e dell’affacciarsi del terrorismo islamico. Con il bel risultato che a distanza di tempo abbiamo di fronte la Cina, la Russia e l’Iran!

Infine vorrei aggiungere che la straordinaria vitalità degli Stati Uniti tende a riversarsi sul mondo intero con due caratteristiche tipiche. La prima: ha natura oscillatoria, e talvolta cade in sbandamenti imprevedibili. La seconda: pretende sempre che il mondo… si adegui! Mi diceva Paola Cascinelli l’altro giorno, che quando ha portato un gruppo di studenti americani ad un museo sull’impero romano, una studentessa nera (evidentemente ispirata dalla spinta attuale alla decolonizzazione interna) le ha chiesto dove fosse la parte del museo dedicata ai nativi africani. Potenza dell’ingenuità a stelle e strisce!

Ora, dal momento che il mondo non può ballare al ritmo di ciò che succede negli Stati Uniti (ma che nello stesso tempo deve tenersene al corrente), è bene prendere delle contromisure. Bisogna evitare nel modo più assoluto di rinchiudersi nel proprio guscio. Bisogna lavorare sodo nella propria realtà; ed anche esser presenti nella scena americana…

Luca (prosegue)

 

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[1] Per il lettore ignaro riporto qui i sei miti neoliberisti (da sfatare) che invasero il mondo: 1) Industrialized countries have prospered because their steadfast commitment to free-market economic policies. 2) Neoliberalism works. 3) Neoliberal globalization cannot and should not be stopped. 4) The neoliberal American model of capitalism represents the ideal that all developing countries should seek to replicate. 5) The East Asian model is idiosyncratic; the Anglo-American model is universal. 6) Developing countries need the discipline provided by international institutions and by politically independent domestic policymaking institutions. (H.-J. Chang & I. Grabel, Reclaiming Development,2004).

[2] Come dovrebbe averlo anche Tom DN a cui dico ancora una volta: la prima impressione è quella che conta, quella che dobbiamo portare con noi, ed elaborare. Non bisogna rimuginarci a vanvera…

[3] Non a caso, Hirschman si era spostato da Harvard all’Institute di Princeton già nei primi anni Settanta, poi di fronte all’ascesa di Reagan capì che c’era poco da fare. E, a metà degli anni Ottanta, approfittando di una proposta della Ford Foundation scrisse ancora un capolavoro a futura memoria: The Rhetoric. E all’inizio degli anni Novanta pensò di creare un polo alternativo a Berlino (di cui Nicoletta ed io avremmo dovuto far parte). Poi invece cadde sulle Alpi…

[4] A cui indubbiamente vanno aggiunti i colpi di stato latinoamericani che si sono ispirati alla scuola di Chicago…