In mezzo a tanto brancolare si giunge infine a un punto accecante

In mezzo a tanto brancolare si giunge infine a un punto accecante

di Luca Meldolesi
In un autorevole articolo dal titolo “Serve un patto per contrastare la Germania” (Il Mattino del 2 nov.), – accanto alla proposta dell’istituzione di una Bad Bank dove far confluire parte dei crediti incagliati e ad una serie di semplificazioni amministrative per attrarre investimenti esteri – Romano Prodi prende implicitamente la palla al balzo dalle recenti critiche rivolta dall’amministrazione americana alla politica economica del governo Merkel per proporre un “patto” tra Francia, Spagna ed Italia per cambiare i rapporti di forza a livello comunitario e varare così una politica economica dell’euro zona più espansionista, più favorevole agli investimenti produttivi ed alle infrastrutture. E’ necessario – egli scrive “un progetto comune” dei tre paesi; giungere “ad un confronto politico nell’ambito dell’Unione Europea non solo con la ragione ma anche con la forza sufficiente per poterlo vincere”. Inoltre, aggiungerei, soprattutto oggi che a Berlino si sta discutendo la formazione del nuovo governo, sarebbe necessario dialogare, anche a tal proposito, con la cultura e la politica tedesche: un campo largamente (ed erroneamente) inesplorato dagli intellettuali e dai politici dei nostri paesi.
E’ un’esigenza questa che, tuttavia, come le ciliegie, ne suggerisce subito un’altra. La mia impressione è che, se vogliono esser presi più sul serio a livello comunitario, i partner della Germania (Italia inclusa) debbono riuscire a far meglio a casa loro. E qui veniamo alle “dolenti note”. La timida legge di stabilità italiana che sta iniziando il suo iter parlamentare, più che per camminare, ha lo scopo di “tenersi in piedi” (“mentre la nostra casa brucia”, scrive Prodi). Inoltre, il giuoco della coperta troppo corta mobilita i diversi stakeholders, come oggi si dice, per modificarne pro domo loro la composizione a saldi invariati. Tutto qui.
E lo sviluppo? Beh, – si potrebbe commentare con un pizzico d’amara ironia – si tratta di tema opinabile ed imprevedibile come il tempo, legato a fattori imperscrutabili, a ciò che accade sul mercato mondiale…
D’altra parte, alternative per ora non se ne vedono all’orizzonte, se si eccettua quel programma del “cambiare verso” di Matteo Renzi che, tuttavia, riferendosi alle primarie di partito (e non di governo) – ha spiegato Fabrizio Galimberti (Il Sole 24 Ore del 29 ott.) – si ferma inevitabilmente alle intenzioni: alle cornici ed ai concetti di una mozione congressuale. Molte di questi – aggiunge Galimberti – sono condivisibili, incluso l’assoluta trasparenza dei conti pubblici sostenuta a suo tempo dal mio “Federalismo possibile”.
Qui forse, in mezzo a tanto brancolare, si giunge infine ad un punto chiaro, per non dire accecante.
Mi aiuto con un incredibile fatto di cronaca di questi giorni relativo al segreto di stato. La deposizione del 1997 di Carmine Schiavone, capo camorrista pentito, è stata “desecretata” per scadenza termini e tutti abbiamo potuto sapere che essa conteneva la profezia di una strage per la popolazione di un’intera zona del Paese. Io stesso ho potuto vedere alla Tv una presidente della camera turbata, avvilita, affranta dover dichiarare candidamente all’intervistatore di non sapere affatto perché quella gravissima deposizione era stata tenuta segreta.
In altre parole, gli italiani non si rendono ancora conto che al centro la situazione è questa: vige su molti temi il segreto di stato!
Accade così – ma guarda che coincidenza – che i conti pubblici italiani (quelli veri, quelli disaggregati) siano ancora “secretati”. L’equipe targata Banca d’Italia che ha preso in mano il Dicastero dell’economia, la Ragioneria generale dello stato ed ora la Spending review non sembra in grado di compiere il miracolo divino della loro “desecretizzazione”.
Eppure da quella “forca caudina” dobbiamo pur passare. L’abbiamo sostenuto Alberto Carzaniga, Nicoletta Stame ed io: in una lettera di Natale, indirizzata al Capo dello Stato quasi due anni fa; una missiva che con il passar del tempo ha cominciato ad assumere il senso di un Manifesto…
Assoluta trasparenza, anagrafe del cittadino e dibattito coram populo sui conti pubblici e su come migliorare il funzionamento dello Stato restano punti chiave per avviare la metamorfosi che è indispensabile al risveglio del Paese. Non è questione di denari, ma (avrebbe detto Carlo Cattaneo) d’intelligenza e di volontà. Per riprendere sul piano interno il modo di ragionare di Romano Prodi, si tratta, in sostanza, di cambiare i rapporti di forze: tra la “Ragion di Stato” e lo stato come strumento, tra il vecchio stato centralista d’origine monarchica e l’intelligenza e la volontà collettive, democratico-federaliste, degli italiani.
Renzi ha dichiarato di voler rimanere sindaco se eletto segretario, e, nello stesso tempo, di voler spostare la sede centrale del PD in periferia. Forse – vien da ipotizzare – si rende conto di come stanno effettivamente le cose. Ma è troppo presto per esserne certi…